Il nuovo “aspetto” e una nuova sfida per il Terzo Settore

Qui di seguito riportiamo per intero l’articolo a firma di Piergaetano Marchetti comparso sul Corriere della Sera il 22 settembre 2020 e del quale è stato riportato uno stralcio nella  nostra ultima Newsletter.

 

IL TERZO SETTORE ALLA SFIDA EUROPEA

 

Il  dibattito avviato in settembre sulla necessità non solo di non dimenticare, ma di ampliare l’utilizzazione e la valorizzazione del Terzo Settore nell’ambito dei programmi di utilizzo dei fondi europei merita di essere coltivato con la massima energia. La posta in gioco è alta. Il Terzo Settore può avere l’occasione di essere tra i protagonisti del nuovo corso, ma rischia pure di essere (continuare ad essere, verrebbe talvolta da dire) relegato nel cono d’ombra dell’assistenzialismo, della beneficenza, dell’aiuto per la sopravvivenza di chi sta indietro.

A me, non specialista né operatore del Terzo Settore, pare che quest’ultima concezione, alla resa dei conti, nonostante la buona volontà delle dichiarazioni, del cosiddetto decreto Rilancio, della attenzione europea durante la primavera, sarà dura a morire e che vi debba essere ora, soprattutto ora, una martellante, militante attenzione verso i pregiudizi del passato, ma forse anche di un inconfessato presente. L’atteggiamento cui mi riferisco è che il Terzo settore considerato in blocco, indipendentemente dagli ambiti in cui opera, debba essere preso in considerazione come destinatario di una doverosa beneficenza in nome di un generico assistenzialismo, al più in nome di una generica, imprecisata, funzione sussidiaria.

Occorre viceversa rendersi ben conto che il Terzo settore opera in vari comparti. Può essere vero che la forma dell’attività e l’interesse generale che lo sottende aiutano la coesione sociale, la difesa delle componenti più deboli della società. E ciò certamente giustifica un’attenzione anche nella destinazione dei fondi europei, data la rilevanza, fine a se stessa ma anche funzionale agli altri obiettivi primari, della coesione. E’ pur vero tuttavia che alcuni, importanti filoni di attività del Terzo settore hanno una valenza ulteriore: molti soggetti operano proprio in “settori chiave” per un ammodernamento del Paese nelle direzioni volute dal programma europeo New Generation*, come pure rispetto ai tanto discussi fondi Mes.

Mi limito a qualche scontatissimo esempio. La sanità e il welfare, ma anche la formazione e la lotta alla povertà educativa anzitutto. Il deficit di istruzione non si misura solo con l’enorme ritardo italiano riguardo ai cittadini che dovrebbero essere in possesso di un titolo di studio di terzo livello. Fondamentale è pure la preparazione di chi questi obiettivi non abbia raggiunto. Essenziale è la riqualificazione. E il Terzo settore fa la sua, non piccola, parte. La digitalizzazione deve investire anche le imprese sociali, che certo di digitalizzazione hanno pur esse bisogno.

L’impresa sociale, a sua volta, deve essere liberata dall’immagine del tempo in cui “Berta filava”. L’impresa sociale è infatti una realtà flessibile, molto più di quanto si pensi, non è affatto incompatibile con le esigenze di startup, non è necessariamente prigioniera del “piccolo è bello”. Sul piano progettuale, la reazione alla tentazione di eliminare o emarginare il Terzo settore rispetto al perseguimento degli obiettivi che le risorse europee richiedono dovrebbe essere nel senso della inclusione espressa, diretta, del Terzo settore (dei soggetti del Terzo settore operanti nelle aree interessate) tra i destinatari delle risorse perimetrati nei vari programmi. E ciò, ripeto, forse a cominciare proprio dall’area sanità-welfare. Il Terzo settore costituisce, per la forma giuridica in cui opera, una modalità di collaborazione pubblico-privato preziosa, capace di superare le criticità del sistema sanitario pubblico-privato oggi largamente diffuso.

Sul piano operativo merita grande attenzione e cautela, a mio parere, l’idea di far transitare aiuti e provvidenze al Terzo settore attraverso i fondi speciali previsti dal Codice del terzo settore o dalla normativa sulle imprese sociali. Altrettanto poco convincente è giocare solo la carta del trattamento fiscale di favore. L’obiettivo, certamente primario anche in ottica europea, della coesione e della cura di soggetti e situazioni che rimangono estranee anche ai processi di crescita più equilibrati, costituiscono uno zoccolo duro che va rispettato. Ma il coinvolgimento del Terzo settore nel grande processo di trasformazione New Generation non può avvenire con un sistema di aiuti a pioggia in modo indifferenziato. Necessariamente-fatto salvo, ripeto, il valore del Terzo settore in sé, nel suo complesso- anche le imprese e i soggetti del Terzo settore dovrebbero poter partecipare in modo differenziato alle priorità di obiettivi di New generation. E qui vorrei prevenire una facile e comprensibile obiezione. Non si tratta di negare la specificità del modo di agire e dell’organizzazione del Terzo settore, ma di far sì che proprio la presenza del Terzo settore nell’ambito di beneficiari di erogazioni ( o in genere di aiuti) della New generation innesti nell’intero sistemi elementi di solidarietà, attenzione alla sostenibilità, cura per prevenire e ridurre la massimo le disuguaglianze. Ed è questa una finalità fondamentale del piano europeo. Certo, vi è il rischio di una omologazione del Terzo settore alle logiche delle imprese tradizionali (chiamiamole, per comodità, imprese “a fine di lucro”). Ma una coraggiosa presenza qualificata del Terzo settore nella nuova fare non rende persa sin dall’inizio la sfida. Spetta allora al governo coinvolgerlo, ma spetta anche al Terzo settore mettersi in gioco con coraggio e senza pregiudizi.

Piergaetano Marchetti;  #buonenotizie, inserto del Corriere della sera del 22 settembre 2020

* Con questo termine si intende lo stanziamento di 750 miliardi di € proposto dalla Commissione europea per rilanciare le economie degli Stati membri ma soprattutto i sistemi sanitari e assistenziali messi a dura prova dal Coronavirus