PADRE di Sonia Bernardetta Sella

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Padre  

Di Sonia Bernardetta Sella

Quella mattina l’idea di partecipare ad una delle solite marce domenicali non aveva nemmeno sfiorato Regina. Fin dal giorno precedente le era venuta l’ossessione di trovare un dipinto antico, che anni prima aveva visto esposto nelle Gallerie di Palazzo Leoni Montanari: il volto di un uomo, con occhi verdi, ben spalancati e tristi. Voleva rivedere quello sguardo che tanto le ricordava suo padre.

Arrivata in galleria si era introdotta in tutte le stanze accessibili ai visitatori alla ricerca del quadro, ma degli occhi di suo padre nessuna traccia.

Finito il giro s’incamminò nel centro storico immersa nei suoi ricordi e, delusa di non essere riuscita nel suo intento, non fece caso alle gocce di pioggia che iniziavano a scendere e le bagnavano i capelli. Stava pensando alle volte in cui suo padre l’aveva invitata a prendere la vita più dolcemente, a non affannarsi troppo! Ricordò poi quel giorno quando, arrivata in casa di riposo con sua figlia Alice, l’aveva trovato nell’anticamera, davanti all’ascensore interno, seduto su una poltrona con la schiena ben ritta, ma lo sguardo fisso nel vuoto.

“Buongiorno, buon giorno! Eccoci qua!” aveva detto. Lui aveva girato lentamente il capo, fissandola.

“Ciao nonno! Come va?” aveva esclamato festosamente la nipote. Il suo sguardo si era spostato subito verso di lei, abbozzando un lieve sorriso.

“Allora, come ti trovi in questo nuovo edificio?” aveva chiesto Alice, cingendogli le spalle.

“Troppo lusso!” aveva risposto frettolosamente.

Regina era felice che la figlia gradisse accompagnarla sovente. Per suo padre quella ragazza era un toccasana.

Era ben vestito, ordinato, e i suoi capelli argentei sembravano tirati a festa.

“Stamattina sei andato dal barbiere?”

“No, mi sono pettinato da solo.”

“E ti sei imbrillantinato” aveva aggiunto Regina. Lui aveva annuito compiaciuto.

“Ha appena iniziato a piovere, non possiamo uscire.” Suo padre, indifferente, non aveva battuto ciglio. “Avrà una brutta giornata” aveva pensato.

 “Ti ho portato magliette intime, un pullover e due pigiami invernali nuovi.” Allora lui aveva sollevato il viso con lo sguardo interrogativo, e lei aveva intuito il suo pensiero: “Ma perché, perché hai speso per me, che senso ha tutto questo vestiario? Per quanto tempo credi che io rimanga ancora in vita?”

Dopo la morte improvvisa della moglie, alla fine di un intervento chirurgico, aveva spesso avuto sbalzi d’umore. Era già da qualche settimana che lo trovava particolarmente spento, come se non gli importasse più di niente.

Lo lasciò con Alice e andò a parlare con il personale per accertarsi sull’andamento degli ultimi giorni e ottenere chiarimenti sul vestiario. 

Di ritorno disse “Ecco fatto, devo andare a riporre i vestiti nella tua stanza.” La guardò quasi assente, non accennando di volerla accompagnare come d’abitudine. “E’ stanco” pensò. Ma era anche del parere che il trasferimento dal vecchio chiostro alla nuova ala fosse stato deleterio per il suo equilibrio psichico, pur essendo rimasto circondato dal solito personale.

Arrivata in camera aprì l’armadio per risistemare tutti capi. Mancavano una quindicina di camicie. Erano già trascorsi due mesi da quando le aveva lasciate impacchettate con cura nella precedente stanza da letto, prima del trasloco. Di lì a poco giunse Alice annunciando:

“Nonno in arrivo!” Infatti si affacciò subito alla porta, per poi spostarsi nel bagno. Dopo si avvicinò al letto dando una sbirciata e sempre zitto si allontanò verso l’uscio appoggiato al suo girello, proseguendo a piccoli passi lungo l’ampio corridoio.

Nel frattempo fece capolino Sandro, uno degli ospiti della struttura, che le chiese:

“Ma quanti anni ha suo papà?”.

 “Ottantacinque.”  

“Ottantacinque? Dieci più di me che ne ho settantacinque, ma stento a crederlo perché sembra più giovane.”

“Sì, le confermo che ha ottantacinque anni.” Incredulo replicò:

 “Ha proprio ottantacinque anni”, e si ripeté dicendo che sembrava più giovane.

 “Nonno ti va se andiamo al bar interno?”

“Se non c’è da camminare molto”. Regina era perplessa: nonostante l’ausilio

del girello, percepiva che era in difficoltà, proprio giù di tono. Si diressero quindi verso il bar, seguiti da Sandro, felice di stare in loro compagnia.

Mezz’ora dopo, al rientro nel piano, trovarono una sorpresa: la guardarobiera con il carrello della biancheria pulita, sopra il quale era ben visibile la sospirata pila di camicie stirate.

Col passare dei mesi, visitandolo assiduamente, coinvolgendolo in passeggiate seguite da aperitivi, attività ricreative, tenendolo al corrente dellevicende del mondo e della famiglia, il suo umore era migliorato. La sua capacità motoria, invece, era peggiorata e dopo qualche mese smise di camminare. Durante quegli incontri, sempre più lunghi, riuscivano a trascorrere anche momenti in allegria. Lei gli leggeva libri e lui raccontava vecchi episodi della sua vita, collegandosi a volte anche alle letture. Era stato partigiano, ma non amava parlarne molto. Le aveva però raccontato di tre polacchi con i quali aveva fatto amicizia, poi caduti in guerra. Finché era in forze, tutti gli anni nel giorno di Ognissanti si premurava di andare al cimitero per portare dei fiori sulla loro tomba.

Quando non uscivano in giardino o a passeggio per la città con la sedia a rotelle, spesso giocavano a carte. Quando era costretto a letto o non ce la faceva ad alzarsi, se di buon umore, le canticchiava vecchie canzoni e cantilene. Lei che si dilettava a scrivere, un pomeriggio gli insegnòuna sua nuova filastrocca. “Quante sane risate!” ricordò Regina.Un giorno lui esordì:

“Perché non scrivi di noi?” Lei rimase letteralmente sbigottita. La richiesta era decisamente inattesa, proprio come un fulmine a ciel sereno.

“E’ complicato, non so da dove iniziare” rispose per renderlo più partecipe.   

“Prendi appunti e quando ritorni a casa sistemali” la incoraggiò con voce tranquilla, fissandola negli occhi.

Trascorsero così quasi sei anni. Quattro mesi prima del suo novantunesimo compleanno,  indebolito dalla malattia, stanco, rassegnato, ma anche sereno, spirò mentre lei gli era accanto.

Regina, sempre assorta nei suoi ricordi, era ormai a un centinaio di metri dalla sua abitazione. Gocce sempre più incessanti cadevano ovunque, mentre folate di vento improvvise piegavanole chiome degli alberi. Le piaceva sentire l’odore della terra bagnata, l’aria sulla pelle e camminare sotto la pioggia. Pensò nuovamente a suo padre quando, seduto sotto il portico, silenzioso osservava il cielo inburrasca.

Rientrata a casa si tolse i vestiti, indossò una calda tuta, si asciugò i capelli e, presa carta e penna, scrisse una poesia a lui dedicata.

Sonia Bernardetta Sella Cell. 335 547 6409 posta elettronica: fiabeggiando@gmail.com

Parole nel silenzio

Di Sonia Bernardetta Sella

Te ne sei andato!

Te ne sei andato

quasi in silenzio,

senza far rumore,

con gli occhi tuoi nei miei.

Quanti rimpianti,

sogni negati,

voli senza ali.

Ti ho accarezzato la fronte, le braccia,

ti ho tenuto la mano.

Per accompagnare l’ultimo viaggio

ho letto il libro

che tanto ti piaceva.

Ti ho chiamato

ma l’eco non ha fatto ritorno.

In un giorno bambino

accolsi il tuo invito  a scrivere di te, di me.

Ecco il tuo desiderio esaudito

Papà.

Sonia Bernardetta Sella  posta elettronica: fiabeggiando@gmail.com

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